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Andrea Venanzoni

L’espressione ‘industria del sesso’, e la quasi equivalente ‘mercato del sesso’, infondono nell’ascoltatore o nel lettore sempre un pruriginoso senso di superiorità morale o di bizzarra curiosità, vissuta questa ultima con malcelato fastidio: si mette l’accento, inevitabilmente, sempre e solo sul termine ‘sesso’, mentre ‘industria’ e ‘mercato’ si rendono evanescenti oppure si fanno sinonimi di sfruttamento o di sopraffazione o peggio ancora di mercificazione.

Ci si rifiuta quasi di considerare con serietà l’idea che possano esistere dei meccanismi organizzativi e di mercato puro, basati sui cardini di domanda e offerta, esattamente come ci appare sconveniente o insensato poter associare al piacere sessuale i concetti di prodotto o di servizio.

Eppure la recente vicenda della scale-up italiana MySecretCase, specializzata in sex-toys e che ha visto sensibili incrementi nelle vendite dei propri prodotti commercializzati principalmente per via digitale, sembra indicativa di come si possa ragionare, in termini coerenti e seri, di un autentico capitalismo a luci rosse: l’amministratrice delegata di MySecretCase, Norma Rossetti, ha quindi rivolto un appello alle start-up e alle aziende italiane per una collaborazione finalizzata alla realizzazione su suolo italiano dei prodotti (lingerie, sex-toys) messi in commercio dalla sua società e ad oggi prodotti all’estero.

Si tratterebbe di un significativo indotto che andrebbe a impiegare circa 2000 persone, per una cinquantina di aziende specializzate nell’utilizzo del silicone medicale, prodotto essenziale per progettare e creare sex-toys.

Eppure, ancora oggi, pensare al mondo del sesso, in tutte le sue sfumature, come ad un autentico mercato appare, soprattutto in un Paese come il nostro, quasi un esotismo destinato a punteggiare un dibattito residuale, obliquo e più giocato sul crinale della bizzarria che non su quello dell’economia.

D’altronde, nonostante la desertificazione nei panorami urbani dei sex shop sotto il peso del digitale e dei film porno reperibili a costo zero online, i rivenditori di video hard e di oggettistica sessuale sono rimasti quasi invisibili, ai margini della società, attività commerciali sottoposte agli ordinari regimi autorizzatori, magari poi semi-liberalizzati, fatti di istruttorie, verifiche, costi, tassazione, come tutti gli altri negozi, senza che però emergesse mai la realtà di cosa vendessero: mentre una macelleria o un rivenditore di iphone soggiacciono a normative spesso specialistiche connesse al ramo merceologico, i sex-shop finivano mascherati per un ipocrita pudore che pretendeva di far comunque intervenire lo Stato, mediante tassazione e controlli di varia natura, senza che però si potesse dire chiaramente l’oggetto specifico del loro mercato.

D’altronde la stessa pornografia si muove in una area se possibile ancora più grigia: né davvero permessa, né davvero vietata, una sorta di ologramma a base di frammenti sessuali che tutti possono acquistare, noleggiare, guardare ma che nessuno dovrebbe realizzare o girare, perché in questo ultimo caso potrebbero scattare le sanzioni, addirittura penali, legate alla repressione dell’oscenità (l’articolo 528 del codice penale, ad esempio, da leggersi in combinato con il drammaticamente generico articolo articolo 529 c.p.).

Possiamo noleggiare un dvd porno che a rigore non potrebbe però essere girato in Italia, pena l’irruzione della polizia sul set e una indagine condotta per oscenità oppure, peggio, in applicazione di tutta quella costellazione di reati afferenti la prostituzione, come ebbe a sperimentare il noto produttore e regista Riccardo Schicchi.

La contraddizione raggiunge poi le vette del cortocircuito quando lo Stato pensa bene di voler tassare anche ciò che sempre lo Stato reprime nel nome della morale e del buoncostume: è il caso della proposta di una porno-tax, ideata dal ‘liberale’ Governo Berlusconi nel 2009, una idea che dal punto di vista tecnico ha imposto due distinte addizionali su Irpef e Ires, entrambe pari al 25% del reddito complessivo netto derivante dalle attività di produzione di materiale pornografico.

Una autentica ‘tassa etica’ la cui ratio profonda nessuno ha ma potuto spiegare come conciliare con il divieto di produzione di materiali ‘osceni’.

C’è poi la questione del più antico mestiere del mondo, la prostituzione: anche questa attività che si muove in una autentica terra di nessuno, né consentita né vietata, fatti salvi quei tentativi di ordinanze sindacali paternalistiche che miravano a sanzionare la prostituta stessa e i clienti per le turbative alla circolazione stradale.

Anche qui lo Stato dimostra una enorme ipocrisia, perché se è vero che il prostituirsi a rigore non integra alcun illecito o reato c’è poi la legge penale a fissare un autentico firmamento di fattispecie penali incriminanti che si aprono a raggiera attorno la prostituzione: è il caso dello sfruttamento, della induzione, fattispecie che di tanto in tanto si abbattono anche sui club privè, senza che davvero possa dirsi o darsi con marmorea certezza una linea, netta, di demarcazione tra attività sessuale a pagamento volontaria e prostituzione da considerarsi parte integrante di una tratta.

Eccezion fatta per la giusta e comprensibile criminalizzazione dello sfruttamento reale, intessuto di violenza e autentica sopraffazione, molto spesso anche qui è il moralismo paternalistico (non solo religioso, ma anche femminista: si pensi all’idea femminista del corpo reificato e mercificato comunque, senza che la donna, in questa prospettiva, possa davvero decidere, liberamente, volontariamente di effettuare un servizio sessuale) a farlo da padrone: c’è una attività, il servizio sessuale, che l’ordinamento relega in un cantuccio e né vieta né permette, e però tutto attorno si agitano le ombre del reato.

Eppure come ci ricorda Walter Block (‘Difendere l’indifendibile’, Liberilibri, 1995, pp. 13 e ss), la prostituta effettua uno scambio volontario e spontaneo di servizi sessuali dietro pagamento.

Il sesso a pagamento nelle sue molteplici sfumature è a tutti gli effetti prodotto di una logica mercatoria che porta all’incontro di domanda e di offerta, visto che la richiesta di sesso è consustanziale alla condizione umana. Peraltro la de-moralizzazione criminalizzante del sesso a pagamento contribuirebbe in maniera significativa a far uscire dalla zona d’ombra questi servizi, evitando il proliferare, nella tenebra, di mafie e associazioni criminali queste sì interessate al vero sfruttamento violento.

D’altronde il proibizionismo, espresso o latente che sia, produce in genere, nel campo delle sostanze stupefacenti ma anche nel campo della sessualità e della pornografia l’effetto esattamente opposto a quello auspicato dalla regolazione statale: Charles Murray, nel suo ‘Cosa significa essere un libertario’ (Liberilibri, 2010, pp. 135 e ss.) dimostra come l’espansione coercitiva dello Stato, a mezzo di sanzioni, divieti, repressione, non ottenga alcun effetto se non quello di spingere sempre più nella illegalità i consumatori e i produttori di determinate attività o di certi prodotti.

Lo Stato semplicemente non ha il diritto di potersi ingerire in ciò che al massimo potrebbe essere considerato un mero vizio.

Scriveva infatti Lysander Spooner ‘affermare che un vizio è un crimine e punirlo come tale è, da parte di un governo, un tentativo di falsare la stessa natura delle cose’.

Ma se proprio non può farne a meno, che lo Stato almeno vinca la sua ipocrisia e accetti queste attività e dia loro la dignità e la luce che meritano: depenalizzi e de-criminalizzi tutto ciò che attiene la mera volontà individuale, non implicante come tale un vulnus a terze parti.